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News del 11/05/2011
Oltre 2 miliardi di euro. E’ l’ammontare delle somme che, secondo quanto affermato dal presidente dei commercialisti, Claudio Siciliotti in occasione di una audizione presso la Commissione Finanze della Camera sull’abuso del diritto, i contribuenti italiani si ritroveranno ad anticipare all’Erario prima di vedere riconosciute in giudizio le loro ragioni, per effetto della norma che, a partire dal prossimo 1° luglio 2011, attribuisce efficacia esecutiva agli accertamenti fiscali dell’Agenzia delle entrate.
“I dati del 2010 resi noti dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria – ha detto Siciliotti a margine dell’audizione - parlano di un 41% di sentenze di primo grado che danno ragione ai contribuenti. Sempre secondo il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, a questo 41% di vittorie dei contribuenti corrispondono importi in contestazione per circa 5,7 miliardi di euro. Considerato che, anche in caso di ricorso, il contribuente è tenuto a pagare comunque il 50% delle maggiori imposte richieste nell’accertamento e dei relativi interessi ed atteso che la norma sugli accertamenti esecutivi, in assenza di misure e risorse atte a garantire una pari velocizzazione dei tempi della giustizia, produrrà una sistematica scadenza dei termini per il versamento degli importi accertati prima che sopraggiunga la sentenza di primo grado, è chiaro che si profilano per i contribuenti anticipazioni di somme per oltre 2 miliardi che, dopo alcuni o parecchi mesi, saranno dichiarate non dovute dal tribunale”.
La metà esatta di 5,7 miliardi di euro è 2,85, ma l’obbligo di anticipazione, come ricordato da Siciliotti, riguarda solo imposte e interessi e non anche le eventuali sanzioni comminate, per cui è ragionevole, secondo i commercialisti, ipotizzare un solve et repete di poco superiore a 2 miliardi di euro.
“Rendere la riscossione più efficiente – ha sottolineato Siciliotti – eliminando passaggi ridondanti come l’iscrizione a ruolo, ci trova assolutamente d’accordo. Costruire però un sistema in cui non è l’eccezione, bensì la regola, essere costretti a pagare prima di essere giudicati in primo grado da un organo giurisdizionale terzo rispetto all’amministrazione finanziaria, non è un buon viatico per costruire una lotta all’evasione fiscale basata su principi condivisi da tutti i cittadini e su meccanismi finanziari sostenibili per chi fa impresa”.
Nel documento presentato dai commercialisti in audizione si ricorda anche come, sulla base delle previsioni del Documento Economico Finanziario del governo ,nei prossimi anni la pressione fiscale 'ufficiale' non diminuirà; anzi crescerà seppur di poco: 42,45% nel 2011 (+0,06%), 42,71% nel 2012 (+ 0,32%), 42,56% nel 2013 (+ 0,17%) e 42,43% nel 2014 (+0,04%)". Siciliotti ha affermato, d'altra parte, di non vedere a ciò "alternative, atteso che anche con questa pressione fiscale manterremo deficit pubblici mai inferiori ai 45 miliardi di euro, che andranno ulteriormente ad alimentare un debito pubblico in continua crescita". In più, l'obiettivo del pareggio di bilancio indicato dal Def, ha proseguito, "pare assai più distante di quello che sembra: senza correzioni, ossia senza ulteriori sacrifici sul lato della spesa, il 2014 chiuderà con un rapporto deficit-Pil il 2,61% che, detto così, sembra persino positivo, ma che, in termini assoluti, significa una emorragia di ulteriori 45.889 miliardi di euro annui che andranno a stratificarsi su un debito pubblico che punta ormai con decisione alla soglia psicologica dei 2.000 miliardi di euro". Nel 2010 la pressione fiscale 'ufficiale' si è attestata al 42,39%; "un dato, già molto significativo in termini comparativistici con gli altri Paesi europei – ha proseguito Siciliotti - che sale addirittura al 51,63% se si depura il Pil della componente di economia sommersa, ossia quella parte di economia che, ragionevolmente, non risulta gravata da alcun tipo di pressione fiscale".
Fonte: Ordine dei Commercialisti